U2 e Apple: quando le amicizie contano

September 17, 2016

Normalmente non amo commentare le storie che riguardano le star della musica e i grandi marchi, dal momento che potrei aggiungere ben poco al casino che normalmente li circonda. Però questa volta voglio dare il mio piccolo contributo relativamente alla faccenda che ha coinvolto gli U2 e la Apple.
A seconda di chi leggi, se ne parla come la più grande cosa successa la scorsa settimana nel mondo della musica o come il lancio di un album che non interessava a nessuno. Alcuni dicono che gli U2 sono stati pagati 100 milioni di dollari, altri che la campagna sui media è costata 100 milioni di dollari, altri, infine, si preoccupano che la luce stia accesa quando chiudono il frigorifero.
Per rispettare l’etica professionale dei giornalisti, sono tenuto a dichiarare apertamente i miei interessi: ho un IPad e un MacBook ma non ho mai posseduto un iPhone, nonostante sia stato tentato dal 6 dal momento che ha una batteria che mi permette di fare la cronaca dell’intera vita di una libellula. Inoltre, ho molti album degli U2, ma solo quelli pubblicati fino al 2004, non so perché.
Che cosa rende la faccenda U2/Apple veramente interessante? Music Ally ha fatto alcune indagini (some analysis) e ha concluso che la gente non era così emozionata per l’uscita di un nuovo album degli U2, anche se gratis. Poi è rimasta perplessa nello scoprire che in questo loro momento di filantropia gli U2 stanno facendo i loro veri guadagni con iI catalogo dei vecchi successi su ITunes.
Credo che l’intera faccenda dimostri semplicemente quanto sia importante avere amici nei posti importanti. L’idillio tra Apple e U2 risale ai giorni di Steve Jobs, al tempo in cui gli U2 erano veramente una grande band. Oggi le cose sono cambiate, i ragazzini e i teenager non hanno idea di chi sia Bono, e gli U2 sono rilevanti per le loro vite quanto un investimento finanziario o una macchina familiare.
Perché allora Apple ha pensato che fosse la band giusta per il più grande lancio dell’anno? Li aiuterà a raggiungere nuovi target e a convincere il mondo che l’iPhone è cool? Non credo. Penso piuttosto che sia perché Bono è amico di Sir Jonathan Ive and Jimmy Iovine. Tim Cook ha sempre voluto provare a catturare qualcosa della magia di Steve Jobs utilizzando le rock stars.
Penso che questo esperimento di partnership tra musica e brand avrà successo sia per la Apple che per gli U2. Ad Apple non può interessare di meno se alcuni teenager sanno cos’è The Joshua Tree, dal momento che non sono molti i sedicenni che possono affrontare una spesa di £600 per un telefono. Quello cui sembrano puntare sono i quarantenni, che invece possono. Nonostante le parole di Guy Oseary apparse in una recente intervista su Bilboard (words of Guy Oseary in a recent Billboard interview), non sono convinto che la crescita delle vendite degli album degli U2 sia dovuta ai teenagers. Loro usano Spotify, che è fantastica e fa sembrare iTunes roba vecchia.
Questa partnership è pensata da persone di mezza età, che si sono chieste quale band volevano fosse collegata al loro marchio, non certo a uno skateboard o ad una app.
Se penso che quello che Apple e gli U2 hanno fatto sia intelligente? No. Se penso che questo sia il futuro dell’industria della musica? No. Spingerà la gente a comperare più iPhone? No. Porterà i ragazzini ad apprezzare gli U2? No. Quello che farà sarà portare gli U2 sui media per una settimana, spingere la gente ad ascoltare un album per il quale non avrebbero mai speso £10 e far risparmiare alla Apple qualche sterlina in spese di sincronizzazione per i loro annunci pubblicitari.
Ho quasi dimenticato di parlare dell’album. E’ un po’ noioso, ma i fans degli U2 ne andranno pazzi. Se vuoi eliminarlo dalla tua vita clicca qui.

Giuliana ValerioU2 e Apple: quando le amicizie contano

Tesco chiude BlinkBox (piattaforma di musica in streaming)

September 28, 2015

Veramente Tesco (una catena di supermercati Inglesi) pensava di fare concorrenza a Spotify? Paul Fulberg spiega il suo punto di vista in modo ironico e intelligente in un suo vecchio post:

Si dice che Tesco stia cercando di vendere o di chiudere il suo servizio Blinkbox, un sito dove acquistare o affittare musica e film. Conosco alcune persone che lavorano con Blinkbox e posso immaginare che non siano state molto contente di leggere su The Times che il nuovo CEO di Tesco considera questo business come una distrazione.
Prima sorvolare sulla dismissione di un ennesima piattaforma, penso valga la pena capire se mai avesse senso per Tesco mettersi in concorrenza con piccoli parvenu come Spotify, iTunes, Netflix e Amazon.
Tesco era ed è certamente un player dominante nella vendita di musica al dettaglio. Nel 2013 Kantar Worldpanel ha segnalato che Tesco era il secondo venditore di musica al dettaglio nell’UK dopo Amazon. Con la chiusura dello store HMV e dei negozi High Street Music, nell’ultimo decennio i supermarket si sono presi una grande fetta del mercato della vendita di musica traendone grandi vantaggi. Comunque, nessuno ricorda chi si piazza al secondo posto e questo sembra essere stata anche l’idea che stava dietro alla decisione di Tesco di entrare nel mondo dei servizi di intrattenimento digitale. Hanno cominciato con Blinkbox, poi hanno acquistato We7 e per metterle insieme hanno creato il tablet Hudl, con una mossa che ricorda il modello di hardware e servizi di Amazon.
Credo che ci siano diverse ragioni per cui Tesco non poteva essere il creatore ideale di un brand di intrattenimento.
1. Tutti riconoscono Tesco come un marchio di vendita al dettaglio. Quando la gente pensa a Tesco pensa sempre a grandi magazzini e a big store. La fetta più grande dei competitor nei servizi di intrattenimento in streaming sono marchi online e anche per questo i consumatori sono decisamente più a loro agio con l’idea che siano le piattaforme virtuali a offrire prodotti digitali.
2. Siamo convinti che i consumatori vogliano veramente che un marchio che vende loro carta igienica sia lo stesso che li segue per le loro esigenze di intrattenimento? Certo, la musica e i film non sono considerati oggetti di lusso, ma a livello emotivo sono percepiti così. L’intrattenimento è una sorta di evasione dalla realtà, e ottenerla da Tesco non tocca certo i tasti emotivi giusti.
3. La tecnologia è un affare …da ragazzi. OK, è vero che ora tutti noi abbiamo a che fare con la tecnologia, abbiamo smartphones, tablet e cose simili, ma quando si parla di consumatori di intrattenimento digitale si sa che è ancora una faccenda riservata ai più giovani (intendo chiunque sia più giovane di me…). Se sei un diciannovenne che sta cercando un servizio streaming vai su Tesco’s Blinkbox o su Spotify? So benissimo che man mano che il tempo passa sempre più fasce di età entrano nelle piattaforme digitali, ma i budget non si basano certo sui soldi che potresti guadagnare tra tre anni.
4. Talvolta un’idea brillante non è realistica. Blinkbox è una grande idea. Prendi il più grande marchio di supermarket in UK e nel percorso che sta facendo per organizzarsi per la vendita on line aggiungi un servizio di vendita di cose divertenti e non solo di ortaggi. Questo renderà il brand più digitale: cavoli e U2 si mescolano bene…(!)
Ammiro sinceramente il tentativo di Tesco di espandere la sua influenza sulle nostre vite offrendoci prodotti belli e divertenti, ma quando la concorrenza è già popolare, interessante e nata come store digitale, allora forse è il caso di mettere in discussione il business plan. Naturalmente Blinkbox era pensato per essere un marchio a sé, che si sostentava da solo, ma non sono così sicuro che possa sostenere se stesso o il suo genitore Tesco. Infine, la maggior parte della gente ha conosciuto il brand mentre era negli store di Tesco, dove non puoi con un click combinare banane e… Gaga.
Mi dispiacerà se Blinkbox sparirà, dal momento che penso che vi lavori gente molto in gamba, che si era assunta un compito immane. Ma Tesco ha bisogno di rivedere i suoi obiettivi piuttosto che pensare a quanto sia divertente occupare il posto di numero uno.
C’è una ragione per cui Tesco non sponsorizza tour degli One Direction o non tiene dei music festivals ad Hyde Park: questo è veramente un caso in cui musica e brand non possono andare d’accordo.

Paul FulbergTesco chiude BlinkBox (piattaforma di musica in streaming)

Kia scopre il ‘sonic branding’ con l’aiuto di Eric Serra

September 23, 2015

Mi piace molto il lavoro di Eric Serra, così, quando ho saputo che stava occupandosi del ‘sonic branding’ di Kia (lo hanno definito così) mi sono un po’ spaventato. O sarò costretto a gettare la spugna e accettare il fatto che sarà Serra a dominare il mondo del ‘sonic branding’ (e forse dovrei adottare anch’io questo termine così accattivante) o dovrò versare tutte le mie lacrime dal momento che uno dei miei compositori preferiti ha rovinato il ‘sonic branding’.
Come per tutte le esperienze di ‘sonic branding’ (comincia veramente a piacermi questo nome!), la chiave del successo sta nel brief (il documento che riassume il processo di studio con gli elementi distintivi del marchio per arrivare alla realizzazione dell’audiologo ndr). Inizialmente quelli della Kia sembravano aver imboccato la strada giusta dal momento che hanno chiamato il progetto “The Art of Surprise”, un’idea interessante per un marchio di automobili. Ma poi è emerso qualcosa che mi ha un po’ rattristato. Nell’ultimo mese ho lavorato a un ‘sonic branding (ora sono proprio convinto di questo nome), e so quanto può essere forte la tentazione di inserire nel brief parole senza senso per aiutare a cogliere nel segno un po’ più velocemente. E’ cruciale resistere a questa tentazione per puntare invece alla ricerca dei veri valori del brand, quelli che lo rendono differente e una vera sorpresa. Così, quando ho visto la parola ‘distintivo’ tra gli elementi fondamentali, mi sono chiesto quanto disperati dovessero essere per elaborare quel brief. Chi è così sciocco da dire, seduto attorno a un tavolo per un brainstorming: “Sapete perché siamo qui? Per dimostrare che siamo completamente indistinguibili dagli altri marchi”! La ‘distinzione’ come valore di un brand è un ovvietà, non c’è bisogno di inserirla nella lista. (Tornando al termine “sonic branding”, penso che chiamerò così il mio gatto).
Ad ogni modo, alla fine hanno realizzato una traccia chiamata “Advent of Kians” che è quindi il primo vero motivetto che identifica il brand. Vuole essere ‘carino’ e ‘orecchiabile’ (sono termini loro, non miei). Lascio a voi decidere se Kia e Eric Serra ce l’abbiano fatta. Per quanto mi riguarda, non sono molto ‘sorpreso’, comunque tanto di cappello per aver investito tanto tempo e denaro in quello che loro hanno chiamato “sonic branding”. Sarà interessante, ora, capire come utilizzeranno il loro nuovo “sonic branding”, per vedere se ci scopriremo tutti a canticchiare “Advent of Kians” mentre laviamo la nostra Kia.
Date un’occhiata al loro sito e guardate il video meravigliosamente generico. Quindi scaricate la versione Irish della canzone come suoneria del vostro cellulare. (Here is a link to the webpage).

Paul FulbergKia scopre il ‘sonic branding’ con l’aiuto di Eric Serra

La felicità è …più felice con una Coca

June 8, 2015

Quando si parla di audiobranding, c’è ben poco che Coca Cola non abbia già fatto, e anche bene. Dal suo inno multiculturale che invita a comprare per il mondo qualcosa di frizzante, alla sua onnipotente felicità, la Coca ha da molto tempo compreso la potenzialità della musica nella vendita. Così, dal momento che stanno avviando nuove strategie di marketing, non sorprende che stiano anche cambiando musica.
Non so se l’intenzione fosse proprio questa, ma quello che ne è saltato fuori mi sembra un po’ triste per un brand conosciuto per predicare la felicità…Ma piuttosto che preoccuparci se le immagini di protesta creino gioia e fratellanza, concentriamoci sulla musica. Il mio responso è più o meno lo stesso.
Sono sicuro che qualcuno pubblicherà uno studio dove affermerà che la nuova felicità ‘aggressiva’ della Coca Cola ha cambiato la percezione del marchio, raggiunto la generazione del nuovo millennio e reso la Coca la bevanda dei contestatori, ma non mi sembra la giusta interpretazione. La Coca è solo una bevanda, e non è cattiva, quindi, il suo tentativo di creare una comunicazione che esclude invece di includere mi sembra una stupidaggine.
Suppongo sia importante ammirare chi ha coraggio, ma il coraggio non ti rende sempre giusto.
Mentre aspettiamo le novità, ecco qui qualcosa che è veramente felicità.

Paul FulbergLa felicità è …più felice con una Coca

Un buon ritmo può farti innamorare di… Blu!

June 4, 2015

Come creare contenuti relativamente alla sigaretta elettronica? E’ una piccola sfida, dal momento che nonostante negli slogan pubblicitari si dica che non stanno vendendo fumo, in un certo senso invece lo stanno proprio facendo! E inoltre le case produttrici si trovano in un bizzarro mondo di regole e stigma sociali. Così il brand di sigarette elettroniche Blu ha deciso di realizzare una serie di documentari sull’evoluzione in UK della scena DJ. E’ legittimo chiedersi cosa questo abbia a che fare con il fumo. Non molto, ma può essere una risposta intelligente a questa sfida. Per prima cosa può coinvolgere un audience più matura. Anche se non sono così anziano da ricordare alcune delle cose che raccontano, almeno nessuno può dire che si stiano rivolgendo al mercato dei teenager. Poi, c’è una sorta di allusione all’evoluzione della tecnologia, nel senso che dalla sigaretta normale a quella elettronica c’è lo stesso passaggio in progressione che si individua tra il vinile e il digitale (forse è un legame un po’ azzardato…). Infine, probabilmente raggiunge il suo target: vecchi frequentatori di club che vogliono dare una ripulita alla loro vita aggrappandosi ai piacevoli ricordi della loro giovinezza. Non so se funzionerà, ma tanto di cappello a Blu per aver voluto provare qualcosa di leggermente diverso nel panorama del marketing di settore! Probabilmente non è costato una fortuna, è ben confezionato e spero che abbia successo (anche solo per premiare il fatto che abbiano voluto sperimentare qualcosa di nuovo).

Paul FulbergUn buon ritmo può farti innamorare di… Blu!

Lynx cambia la sua immagine offrendoci …Roses

April 16, 2015

http:// I miei appassionati lettori sanno che quando viene utilizzata una cover in una pubblicità io sono molto più che perplesso. Questo per due ragioni: se si tratta di cover di canzoni che hanno rappresentato la colonna sonora della mia giovinezza, penso che gli originali siano sempre migliori e non riesco a dimenticare le terribile pubblicità natalizie di John Lewis. Ecco perché mi sono leggermente preoccupato quando ho saputo che per la sua nuova pubblicità Big Sync Music Lynx aveva scelto una cover di Welcome to the Jungle dei Guns & Roses. La cover di John Lewis della canzone degli Smith era già sufficientemente tremenda, ma come sopportare che venisse reinterpretata la canzone di Axel and company? E se l’idea della cover non era ancora sufficiente, che dire del fatto che era stata composta da un tipo chiamato Novo Amor che è noto per le sue “accattivanti, eteree canzoni folk” piuttosto che per i suoi potenti slanci metal? Eppure, penso che questa sia una cover coraggiosa e interessante. Non so cosa mi colpisca di più, le immagini o la musica, ma stanno benissimo insieme. La natura surreale e cinematografica della pubblicità rende la nuova versione di “Welcome to the Jungle” perfetta. Questa colonna sonora è una sfida che si adatta perfettamente con l’allontanamento di Lynx dal suo passato da riviste maschili. Sto rivedendo il mio atteggiamento sulle cover? No, dopotutto John Lewis sta ancora pianificando la pubblicità per il prossimo Natale e sono sicuro che sfrutterà un qualche rimaneggiamento di un successo pop degli Anni Novanta. Ma quello che sto facendo è semplicemente prendere atto che le cover possono essere veramente efficaci se ci si prende qualche rischio e si prova qualcosa di veramente diverso. Bene, e ora basta con le cover, torniamo ai …classici!

Paul FulbergLynx cambia la sua immagine offrendoci …Roses

la Sound User Experience del tablet HUDL2! (by Paul Fulberg, partner di Commusications)

E’ raro che io abbia la fortuna di mettere in mostra il lavoro creativo che ho fatto per un cliente. Dal momento che non sono un musicista o un sound designer, tutto il mio lavoro resta infatti nell’ombra. Ecco perché sono molto contento di condividere il mio recente impegno per il nuovo tablet Hudl2 di Tesco.
Il dispositivo ha ottenuto molte recensioni entusiaste da quando è stato lanciato, ai primi di ottobre 2014, e molte di queste si sono focalizzate sul design, che è impressionante. Ciò di cui però non si è parlato è l’audio experience del nuovo Hudl.
Il team che lavora alla realizzazione dei dispositivi a connessione Tesco è stato molto meticoloso nel creare l’”esperienza Hudl” e non ha trascurato nulla per far sì che tutto, proprio tutto, comunicasse i valori del brand e lo scopo del dispositivo. Una parte essenziale in questa strategia erano i suoni che il tablet emette quando compie una qualsiasi operazione. Non soddisfatti dell’insieme di suoni di Android, hanno deciso di creare un mondo unico di suoni apposta per Hudl con l’obiettivo che quello che sente chi lo sta usando sia coerente con quello che vede.
Sono stato così fortunato da poter lavorare a stretto contatto con il team che ha sviluppato il dispositivo per creare il suono di Hudl. Abbiamo lavorato per tradurre il brand e l’user experience nel suono e insieme al talento della composizione e del sound design Paul Sumpter dei The Futz Butler abbiamo fatto suonare e ‘beepare’ il marchio Hudli. La cosa più interessante è che invece di restare su terreni sicuri e banali, ci è stata data l’assoluta libertà di sperimentare sul serio. E possibile saperne di più sul processo creativo che ha portato alla realizzazione del sound di Hudl2 cliccando qui .
Molto del sonic branding che si fa oggi è blando e generico, perché si parte con l’idea di sperimentare, ma il punto di arrivo è di solito la mediazione. Per il sonic branding di Hudl lo scopo è stato semplicemente comunicare il brand, e, con questo obiettivo fisso in mente, ci è stata data la possibilità di focalizzarci sulla creatività e sul valore piuttosto che sul compromesso.
Sono molto fiero di questo lavoro e voglio ringraziare Joe e Danny del team Hudl per la loro disponibilità a consumare pranzi puzzolenti in studio e a permetterci di sperimentare; Martin Lawless per il suo incredibile intuito e la sua capacità di analizzare il brand e Paul Sumpter per il suo superbo lavoro creativo.
La maniera migliore per verificare il valore del nostro lavoro è naturalmente acquistare un Hudl2!

Paul Fulbergla Sound User Experience del tablet HUDL2! (by Paul Fulberg, partner di Commusications)

Sonic branding – un articolo pubblicato su BranD Magazine

March 16, 2015

Questo è un articolo che ho scritto per BranD Magazine, un bimestrale di Hong Kong pubblicato in Inglese e cinese. La prossima edizione si chiama The Narrative of Art, e sarà presto nelle librerie. Grazie a tutti coloro che lavorano su BranD per aver offerto al sonic branding l’opportunità di farsi conoscere. I Brand amano fare rumore. E’ nel loro DNA cercare di catturare la maggiore quantità di attenzione possibile e il migliore modo di farlo è ‘urlare’. In questo articolo parleremo del fatto che dal momento che così tanti brand stanno ‘urlando’ e i consumatori riescono sempre di più a selezionare quello che ascoltano, sta diventando sempre più importante ‘urlare’ le cose giuste. Nel momento in cui la relazione tra brand e consumatori diventa sempre più personale, i guardiani del brand devono capire il potere che ha il mezzo di comunicazione probabilmente più creativo e emotivo tra tutti: il suono e la musica. Quando è emerso il concetto di ‘branding’, ci si è dovuti confrontare con il potenziale comunicativo dei logo, dei colori e dei caratteri e i brand non hanno avuto difficoltà a sedersi con le loro matite colorate e realizzare la loro grafica. Ma quando si sono trovati di fronte alla possibilità di convertire la grafica, l’aspetto visivo, in suono, sono andati in confusione. Perché I brand hanno questa difficoltà ad avvicinarsi al sonic branding e come possiamo risolvere questo problema? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo prima di tutto capire cosa significa sonic branding. Il Sonic branding può essere semplicemente definito come la comunicazione di un brand attraverso l’uso del suono, sia esso la voce, gli effetti sonori, e, probabilmente la più importante, la musica. In questa sede ci focalizzeremo sulla musica, in quanto principale piattaforma audio. La cosa buona della musica è che noi tutti la comprendiamo istintivamente, sia che siamo un musicista esperto sia, come me, incapace di suonare anche una singola nota. La percezione del suono è il primo senso che sviluppiamo. Mentre siamo nella pancia della mamma abbiamo esperienza dei suoni e iniziamo a capire cosa significhino certi suoni. Il battito del cuore della mamma è probabilmente il primo suono che ciascuno di noi sente e ci assicura un senso di sicurezza e dolcezza, da quel momento in poi. Considerato la percezione del suono avviene in una fase così precoce della nostra vita, non ci deve sorprendere che il nostro cervello sia in grado di interpretarlo e che non ci sia bisogno di una ‘scuola’ per capirne il significato. Ora che abbiamo parlato un po’ di scienza, possiamo esplorare il potere concreto del suono, e in particolare della musica come piattaforma comunicativa di un brand. Molta gente definisce il sonic branding come la creazione di un suono fatto su misura per un brand. Penso per esempio al logo sonoro, un breve brano che interpreta l’identità di un brand. Probabilmente il più noto tra questo è il logo sonoro della Intel, creato da Walter Werzowa nel 1994. Le quattro note di Walter sono diventate preziose per il marchio quanto il logo grafico, e per anni hanno impazzato sulle pubblicità dei computer Intel nelle radio e nelle televisioni. Però il sonic branding non è solo quattro note. Il Sonic branding può essere utilizzato in qualsiasi situazione un marchio utilizzi il suono per comunicare: nella pubblicità, al telefono , nei locali di vendita, online, e la lista può continuare. Quando Intel commissionò il suo logo sonoro, c’erano pochi modi di raggiungere un’audience con un audio di alta qualità. Quindi questo fu concepito per i media tradizionali. Ma man mano che la tecnologia è avanzata, le possibilità per i brand di utilizzare il suono si sono espanse. Recentemente il network di telefonia mobile Vodafone ha lanciato la sua ultima campagna chiamata “Firsts”. Come si capisce dal titolo, il brand voleva presentarsi come un innovatore, non solo nell’offrire nuovi servizi, ma anche nell’aiutare le persone a creare nuove esperienze e divertirsi nel farlo. All’interno di questa campagna si inserisce la collaborazione con Neil Harbisson, un artista affetto da una patologia che gli impedisce di vedere i colori. Vede tutto in bianco e nero. Per ‘vedere’ i colori Neil utilizza un ausilio fissato alla testa, che traduce i colori in suoni. Con l’appoggio di Vodafone, Neil ha visitato il Palau de la Musica a Barcelona e ha “ascoltato” i colori nell’edificio. Poi ha composto un pezzo musicale basato sui colori che aveva ‘ascoltato’. Quindi ha insegnato ad un gruppo di musicisti e cantanti come tradurre i colori in suoni come fa lui con il suo dispositivo. Infine, invece che dare loro gli spartiti, li ha forniti di tablet connessi al suo computer e ha disposto sui tablet i colori per dirigere la performance. Questo è un grande esempio dell’incredibile crescita che ha avuto il sonic branding negli ultimi anni. L’idea è di tradurre un elemento visuale in suono, ed è questo che rappresenta spesso la chiave principale di sviluppo rispetto al sonic branding tradizionale. Non solo. In questo modo Vodafone ha utilizzato questo modo innovativo di creare musica per dimostrare che i valori del suo brand sono l’innovazione e la creatività. Così ha fatto giungere al suo target il messaggio che il cellulare non è solo uno strumento di trasmissione mobile, ma uno strumento che ha a che fare con le esperienze e la loro condivisione. Questo esempio ci offre la possibilità di esplorare come il sonic branding può essere utilizzato nell’attuale ambiente delle multipiattaforme dei media. Mentre Intel ha potuto focalizzarsi solo su come usare il suo logo sonoro sulla radio e sulla televisione, oggi invece i marchi possono utilizzare il loro sonic branding su quasi tutti i media esistenti. La musica creata da Neil Harbisson potrebbe essere fruita da un audience selezionata di VIP della Vodafone nell’ambiente live di una sala di concerto. L’esperienza può essere anche riprodotta live al cinema o alla televisione, via radio o online. Film sulla realizzazione di questo progetto potrebbero essere accessibili nel sito dell’azienda e su siti di video come YouTube e Vimeo. La musica che esce dall’evento può essere inserita nei siti di musica come Spotify, iTunes, Pandora e Soundcloud. Vodafone potrebbe anche creare una app che permette a chi ha uno smartphone di utilizzare la tecnologia di Neil per creare la propria musica basata sui colori. Insomma, la lista di possibilità è infinita e tutto perché la musica ne è protagonista. La musica fornisce ad un marchio il più aggiornato parco creativo, ma permette anche di toccare il suo target utilizzando qualcosa che gioca un ruolo importante nelle loro vite. Oggi il sonic branding non è più limitato alla creazione di una musica fatta su misura per un logo. Ha ampliato il suo campo di azione a ogni occasione in cui i marchi possono interagire con la musica e ad ogni occasione nella quale possano utilizzarlo per fornire un’esperienza al loro pubblico. Dal logo sonoro nella pubblicità alle esperienze live dei concerti, come accade per la Red Bull Music Academy, l’idea di base è sempre quella di sfruttare il nostro amore per la musica o la nostra innata capacità di capire le informazioni emotive e razionali che contiene. In più, non dimentichiamolo, la musica è cool! Il Sonic branding può essere stato tra noi da quando l’uomo ha potuto cantare e fare strumenti di percussione con le rocce e ramoscelli, ma è solo ora che inizia la scoperta del suo vero potenziale. Possiamo aspettarci che I prossimi anni siano pieni di suoni e rumori creati dai brand. Quello che possiamo sperare, è che siano rumori piacevoli e pensati con intelligenza.

Paul FulbergSonic branding – un articolo pubblicato su BranD Magazine

Il plagio è la migliore forma di …adulazione, ma può rivelarsi costosa per Hugo Boss!

March 9, 2015

Mi trovavo con un collega e stavamo ascoltando una traccia per una pubblicità, che, il brief prescriveva “dovrebbe essere sullo stile dell’artista XY”. Entrambi eravamo d’accordo sul fatto che se anche il motivo era abbastanza lontano da una canzone di XY, se le avessimo suonate una di seguito all’altra l’uomo medio non sarebbe stata in grado di distinguerle. Concludemmo che era meglio evitare di far arricchire qualche altro avvocato e annunciammo al cliente che avremmo dovuto rifare la musica. Non è stata una bella notizia, ma era sempre meglio prendersi una bella arrabbiata e al limite licenziarci che trovarsi immischiato in una gigantesca causa per violazione di copyright da parte di un’etichetta.
Così mi sono fatto una bella risata quando lo stesso collega mi ha detto di ascoltare l’ultima pubblicità di Hugo Boss. Non posso credere che nell’agenzia pubblicitaria abbiano potuto pensare che nessuno avrebbe colto la ridicola somiglianza tra la colonna sonora della loro pubblicità e la conosciutissima “intro” di XX.
Chiunque abbia firmato quella musica o sperava che nessuno notasse la somiglianza (ma questo non è successo, dal momento che il magazine Rolling Sones ha pubblicato un articolo proprio su questo (Rolling Stone Magazine), oppure che l’etichetta di XX non se la sarebbe presa con il potente Hugo Boss, a meno che sulla lista delle cose da fare oggi non avessero scritto ‘parlare con il mio legale’.
E’ un comportamento davvero assurdo, sia quello dei creativi che dell’account management: nascondersi in una pianura deserta non è sempre possibile.
Quando crei o scegli la musica giusta per accompagnare una pubblicità è spesso meno caro… pagare, mentre l’opzione meno cara si rivela spesso la più costosa

Paul FulbergIl plagio è la migliore forma di …adulazione, ma può rivelarsi costosa per Hugo Boss!

U2 e Apple: quando le amicizie contano

February 18, 2015


u2 apple

Normalmente non amo commentare le storie che riguardano le star della musica e i grandi marchi, dal momento che potrei aggiungere ben poco al casino che normalmente li circonda. Però questa volta voglio dare il mio piccolo contributo relativamente alla faccenda che ha coinvolto gli U2 e la Apple.
A seconda di chi leggi, se ne parla come la più grande cosa successa la scorsa settimana nel mondo della musica o come il lancio di un album che non interessava a nessuno. Alcuni dicono che gli U2 sono stati pagati 100 milioni di dollari, altri che la campagna sui media è costata 100 milioni di dollari, altri, infine, si preoccupano che la luce stia accesa quando chiudono il frigorifero.
Per rispettare l’etica professionale dei giornalisti, sono tenuto a dichiarare apertamente i miei interessi: ho un IPad e un MacBook ma non ho mai posseduto un iPhone, nonostante sia stato tentato dal 6 dal momento che ha una batteria che mi permette di fare la cronaca dell’intera vita di una libellula. Inoltre, ho molti album degli U2, ma solo quelli pubblicati fino al 2004, non so perché.
Che cosa rende la faccenda U2/Apple veramente interessante? Music Ally ha fatto alcune indagini (some analysis) e ha concluso che la gente non era così emozionata per l’uscita di un nuovo album degli U2, anche se gratis. Poi è rimasta perplessa nello scoprire che in questo loro momento di filantropia gli U2 stanno facendo i loro veri guadagni con iI catalogo dei vecchi successi su ITunes.
Credo che l’intera faccenda dimostri semplicemente quanto sia importante avere amici nei posti importanti. L’idillio tra Apple e U2 risale ai giorni di Steve Jobs, al tempo in cui gli U2 erano veramente una grande band. Oggi le cose sono cambiate, i ragazzini e i teenager non hanno idea di chi sia Bono, e gli U2 sono rilevanti per le loro vite quanto un investimento finanziario o una macchina familiare.
Perché allora Apple ha pensato che fosse la band giusta per il più grande lancio dell’anno? Li aiuterà a raggiungere nuovi target e a convincere il mondo che l’iPhone è cool? Non credo. Penso piuttosto che sia perché Bono è amico di Sir Jonathan Ive and Jimmy Iovine. Tim Cook ha sempre voluto provare a catturare qualcosa della magia di Steve Jobs utilizzando le rock stars.
Penso che questo esperimento di partnership tra musica e brand avrà successo sia per la Apple che per gli U2. Ad Apple non può interessare di meno se alcuni teenager sanno cos’è The Joshua Tree, dal momento che non sono molti i sedicenni che possono affrontare una spesa di £600 per un telefono. Quello cui sembrano puntare sono i quarantenni, che invece possono. Nonostante le parole di Guy Oseary apparse in una recente intervista su Bilboard (words of Guy Oseary in a recent Billboard interview), non sono convinto che la crescita delle vendite degli album degli U2 sia dovuta ai teenagers. Loro usano Spotify, che è fantastica e fa sembrare iTunes roba vecchia.
Questa partnership è pensata da persone di mezza età, che si sono chieste quale band volevano fosse collegata al loro marchio, non certo a uno skateboard o ad una app.
Se penso che quello che Apple e gli U2 hanno fatto sia intelligente? No. Se penso che questo sia il futuro dell’industria della musica? No. Spingerà la gente a comperare più iPhone? No. Porterà i ragazzini ad apprezzare gli U2? No. Quello che farà sarà portare gli U2 sui media per una settimana, spingere la gente ad ascoltare un album per il quale non avrebbero mai speso £10 e far risparmiare alla Apple qualche sterlina in spese di sincronizzazione per i loro annunci pubblicitari.
Ho quasi dimenticato di parlare dell’album. E’ un po’ noioso, ma i fans degli U2 ne andranno pazzi. Se vuoi eliminarlo dalla tua vita clicca qui.

Paul FulbergU2 e Apple: quando le amicizie contano